
C’è un punto in cui una storia smette di essere una polemica e diventa qualcosa di più profondo.
E quel punto, nella vicenda dei trofei “Lilyana Pizzo” e “Vittorio Maccarrone”, forse è stato realmente raggiunto.
Dopo i primi due capitoli, raccontati sulle pagine di SudSport, tra denuncia e replica istituzionale, arriva infatti un nuovo sviluppo.
Questa volta il tono cambia e si fa definitivo.
UNA CHIUSURA CHE PESA. Con una comunicazione indirizzata al Comitato Territoriale FIPAV Catania, le famiglie Pizzo e Maccarrone hanno deciso di mettere un punto.
Non una pausa, non un’apertura al dialogo, ma una conclusione netta.
Nelle parole scritte nero su bianco emerge tutta la distanza che si è creata in queste settimane.
Una distanza che si palesa non solo nelle posizioni, ma, evidentemente, tra le visioni differenti dello sport.
“Non si tratta solo dell’eliminazione di un paio di trofei; si tratta di un segnale di distacco netto e definitivo dalle nostre radici più profonde”, si legge nella nuova lettera inviata dalle famiglie alla federazione.
Una frase che pesa e che riporta il dibattito esattamente dove era nato: ovvero sul valore della memoria.
IL NODO IRRISOLTO DELLA MEMORIA. La sensazione, che già non avevamo nascosto nei precedenti articoli, è che il caso non sia mai stato davvero tecnico o organizzativo.
La replica della FIPAV aveva provato a ridimensionare la vicenda, parlando di riorganizzazione e non di soppressione.
Ma il punto sollevato dalle famiglie resta un altro e si riferisce al significato simbolico.
“Qua non si dovrebbe discutere più di regolamenti o burocrazia, ma del valore del rispetto e della memoria”, si legge ancora nella lettera.
E ancora, una domanda che attraversa tutta la lettera e che difficilmente può essere ignorata: quale messaggio si trasmette ai giovani se la memoria diventa opzionale?
In questo senso le due famiglie riconoscono che una risposta è arrivata, ma non la ritengono sufficiente.
Le motivazioni fornite dal Comitato, infatti, vengono definite, senza mezzi termini, “pretestuose”.
In questo senso c’è un dettaglio che, a detta delle famiglie Pizzo e Maccarrone, colpisce più degli altri, un dettaglio quasi simbolico.
L’assenza, nelle spiegazioni ufficiali, dei nomi stessi di Lilyana Pizzo e Vittorio Maccarrone.
Un vuoto che, secondo quanto leggiamo nella nuova lettera, diventa sostanza e che alimenta ulteriormente la frattura.
“Nessun compromesso”, forse è questo il passaggio più netto di questo nuovo capitolo.
Per le famiglie coinvolte non ci sono spiragli, non ci sono margini per soluzioni intermedie.
Le famiglie respingono qualsiasi proposta alternativa, dai tornei amichevoli alle intitolazioni occasionali.
“Non accetteremo elemosine commemorative” sottolineano.
Una posizione dura, ma assolutamente coerente con quanto sostenuto fin dall’inizio: la memoria o è riconosciuta nel suo contesto naturale oppure perde significato.
UN CASO TUTT’ALTRO CHE CHIUSO. Formalmente, per le famiglie Pizzo e Maccarrone, la questione si chiude qui.
Sostanzialmente, però, resta aperta e forse lo è ancor più di prima.
Si perché questa vicenda ha ormai superato i confini di una decisione federale.
La querelle è diventata uno specchio del rapporto tra sport, identità e memoria in un territorio come quello catanese che oggi si ritrova a fare i conti con una domanda semplice, ma difficile da ignorare.
Cosa resta dello sport, quando si perde il legame con chi lo ha costruito? Ai posteri l’ardua sentenza…
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