
I lettori più attenti di SudSport (ma forse anche i meno attenti) avranno notato come, per la prima volta in stagione, il giorno dopo una partita del Catania non è stato pubblicato l’articolo con il resoconto della gara.
Una scelta precisa, maturata proprio durante la partita persa dal Catania a Crotone.
Motivo? Una partita incommentabile.
Non avrebbe avuto senso parlare di schemi, tattiche, dinamiche di campo dinanzi ad una partita che, da parte rossazzurra, non ha mostrato nulla che possa fare riferimento al gioco del calcio.
L’alternativa televisiva del lunedì sera, quella dei Cesaroni, era certamente più appetibile rispetto ad uno spettacolo indecoroso che ha palesato, per l’ennesima volta, una mancanza di rispetto nei confronti di un pubblico che, invece, il rispetto lo ha sempre avuto e non ha mai fatto mancare il proprio apporto.
Chi segue pedissequamente il Catania, ne conosce storia e dinamiche interne, sapeva benissimo che avrebbe perso a Crotone. Lo sapevano perfettamente anche in società, ma il “gioco delle parti” impone di non sbilanciarsi mai e di palesare sempre un, in questo caso, incauto ottimismo.
Anche per questo è maturata la decisione di prendersi qualche ora per commentare quanto accaduto: perché se dal campo non arrivano indicazioni degne di nota, magari (questa era la speranza) dall’esterno un segnale risuona.
E invece no.
La società si è trincerata nel silenzio, mandando davanti al plotone di esecuzione il povero Viali che, con grande sincerità, comincia anche a fare tenerezza.
Si perché Viali ha una sola colpa che poi colpa non è: aver accettato un posto di lavoro in una piazza prestigiosa con la consapevolezza di giocarsi la Serie B.
Difficile non accettare, soprattutto quando sei fermo da tempo.
La colpa di questo sfacelo è solo ed esclusivamente dei dirigenti.
Che sia di Grella, di Zarbano, di Pastore o di tutti e tre la scelta di cambiare allenatore a fine stagione, poco importa.
Quello che importa è (dovremmo aggiungere che lo avevamo detto) che sia risultata una scelta scriteriata.
Un harakiri tafazziano o fantozziano che dimostra solo la poca consistenza professionale di chi gestisce la più importante squadra di calcio catanese.
Perché non solo si è deciso di cambiare allenatore a poche giornate dal termine, ma si è imposto al nuovo tecnico di stravolgere completamente l’impostazione tattica, frantumando qualsiasi certezza (una su tutte la solidità difensiva), in nome di un gioco spregiudicato e spettacolare che, evidentemente, i giocatori del Catania non riescono a interpretare.
Una scelta suicida (sportivamente ovviamente) che adesso sta per sfaldare anche l’ultima certezza rimasta, ovvero il secondo posto e la possibilità di giocarsi i playoff e la Serie B da una posizione privilegiata che, negli ultimi 10 anni di C, il Catania (già di Pulvirenti e della Sigi) non ha mai ottenuto.
Ed ecco come dinanzi a una serie inenarrabile di scelte senza alcun senso, un dubbio comincia insinuarsi viscidamente nei pensieri di chi porta nel cuore questa squadra.
Ma al Catania in Serie B ci vogliono andare?
L’interrogativo è inquietante perché ci porta in uno scenario distopico.
Si può mai immaginare che in una società come il Catania, che in questi anni ha investito tantissimo denaro, qualcuno lavori sottotraccia per sabotare il salto di categoria? Si può realmente immaginare che ci sia un “gruppo umano” che sguazzando nella mediocrità abbia interesse a mantenere questo “status quo”, per evitare il rischio di perdere il posto o per tutelare gli interessi di qualche soggetto esterno a cui la Serie C permette di lucrare maggiormente?
Sono domande che, ovviamente, rasentano l’utopia e rappresentano solo una provocazione.
Devono essere una provocazione, perché se così non fosse, allora si, ci sarebbe realmente da preoccuparsi.
Non per il calcio, bisognerebbe preoccuparsi e basta.










