Ci sono storie che partono da un campo di tiro e finiscono dentro un’aula di tribunale e non sempre per colpa dello sport.
Il tema è delicato e riguarda discipline spesso poco raccontate ma profondamente radicate nella tradizione italiana, come il tiro al volo e il tiro al piattello, inserite a pieno titolo nel sistema del CONI e rappresentate da federazioni come la FITAV.
Sport olimpici, tecnici, rigorosi, lontani anni luce da qualsiasi logica di violenza.
Eppure, per qualcuno, praticarli può diventare improvvisamente impossibile.
IL CASO: QUANDO IL PORTO DI FUCILE VIENE NEGATO. A raccontarlo è l’avvocato catanese Clelia Principato, partendo da una vicenda concreta.
Un atleta, tesserato FITAV da anni, si è visto negare dalla Questura il rilascio del porto di fucile per uso sportivo.
Non per fatti legati alle armi, non per comportamenti violenti, ma per un coinvolgimento passato in vicende giudiziarie relative a reati come truffa aggravata e falsità ideologica.
Procedimenti, tra l’altro, conclusi senza condanna definitiva, per intervenuta prescrizione.
Una decisione che ha costretto l’atleta a fermarsi, a rinunciare, almeno temporaneamente, alla propria passione.
LA SVOLTA: IL RICORSO E LA DECISIONE. Il ricorso al TAR ha ribaltato la situazione. I giudici amministrativi hanno annullato il provvedimento della Questura, chiarendo un principio fondamentale: non ogni precedente giudiziario può automaticamente giustificare il diniego del porto d’armi sportivo.
La valutazione deve essere concreta e mirata, deve cioè verificare se il comportamento contestato sia realmente indice di pericolosità nell’uso delle armi.
In altre parole, serve un collegamento logico e giuridico: se quel collegamento non c’è, il diniego non regge.
SPORT E DIRITTI: UN LEGAME SEMPRE PIÙ FORTE. C’è poi un aspetto ancora più profondo e riguarda il valore dello sport.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in una recente pronuncia del 2025, ha ribadito come attività come il tiro a volo non possano essere considerate semplicemente ludiche perché sono espressione della persona.
Rientrano, dunque, nel pieno sviluppo dell’individuo, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione e dal 2023, con la riforma costituzionale, lo sport è entrato esplicitamente tra i valori riconosciuti e protetti dallo Stato.
Un passaggio culturale prima ancora che giuridico.
IL MESSAGGIO: NON ARRENDERSI. Ovviamente ogni storia è diversa e ogni caso va analizzato nel dettaglio, ma il messaggio è chiaro.
Chi ha subito un diniego non è automaticamente fuori gioco. Non sempre deve rinunciare alla propria disciplina.
Esistono strumenti, esiste la possibilità di far valere le proprie ragioni e soprattutto esiste un principio: lo sport, anche quello meno visibile, merita tutela.
Perché dietro ogni fucile da tiro non c’è violenza, ma tecnica, concentrazione e sacrificio.











