
Andrea Pirlo potrebbe anche rivelarsi una scommessa vincente.
Ma dopo il terzo Mondiale consecutivo guardato dalla televisione, la Nazionale aveva bisogno di una decisione forte e, soprattutto, coerente.
Non di un improvviso cambio di corsia tra una superstar della panchina e un tecnico ancora tutto da verificare.
Mentre la Germania nomina Jürgen Klopp nuovo commissario tecnico e la Francia si prepara ad accogliere Zinedine Zidane sulla panchina dei Bleus, l’Italia incassa il «no, grazie» di Pep Guardiola e si prepara ad affidare la Nazionale ad Andrea Pirlo.
Sembrano soltanto coincidenze.
In realtà, raccontano in modo abbastanza impietoso il momento attraversato dal nostro calcio.
Del resto siamo a luglio e si è ufficialmente aperta la stagione dei saldi.
Dal prezzo pieno di Guardiola alla soluzione ribassata di Pirlo: da venti milioni a uno e mezzo, con uno sconto superiore al novanta per cento. Mancano soltanto il bollino rosso sulla vetrina di Coverciano e la scritta «ultimi pezzi disponibili».
L’ironia, naturalmente, non riguarda lo stipendio di Pirlo, né il fatto che costi molto meno di Guardiola.
Spendere meno non è un difetto, così come spendere venti milioni non garantisce automaticamente di vincere.
Il problema è il salto improvviso tra due profili che sembrano rispondere a logiche completamente diverse: da uno degli allenatori più affermati della storia recente a un tecnico dalla carriera ancora breve e discontinua, nella quale finora le delusioni hanno superato le soddisfazioni.
Pirlo è stato un campione straordinario e conosce il peso della maglia azzurra.
Ha intelligenza calcistica, personalità e prestigio internazionale. Potrebbe persino essere l’uomo giusto. Ma oggi non rappresenta una certezza: rappresenta una scommessa.
E una Nazionale chiamata a ricostruire credibilità e risultati non dovrebbe diventare il luogo nel quale un allenatore completa il proprio percorso di crescita.
La questione, quindi, non è mettere Guardiola contro Pirlo.
È capire come la stessa Federazione possa passare, nel giro di pochi giorni, da un fuoriclasse della panchina inseguito a cifre fuori scala a una soluzione molto più economica e decisamente meno sperimentata.
Se entrambi erano considerati adatti, quale visione tecnica li rendeva alternativamente compatibili? Se invece Pirlo è semplicemente il nome scelto dopo il rifiuto della grande star, allora la sensazione è che prima sia stato individuato il personaggio e soltanto dopo si sia cercata un’idea da costruirgli intorno.
La scelta di Pirlo rischia adesso di produrre l’effetto opposto, ma altrettanto pericoloso: non più acquistare prestigio, bensì affidarsi alla soluzione più conveniente e sperare che il talento del vecchio regista riesca a sistemare ciò che la Federazione non è stata capace di costruire.
Prima il grande nome come paravento, adesso il risparmio come giustificazione.
I tifosi non chiedono effetti speciali e neppure allenatori acquistati a prezzo pieno.
Chiedono una Nazionale seria, riconoscibile, capace di rappresentare il Paese e di restituire dignità a una maglia che non può diventare prima una vetrina di lusso e subito dopo un banco dei saldi.
Pirlo merita di essere giudicato per quello che farà. Ma il coraggio della Federazione non consiste nell’avere risparmiato diciotto milioni e mezzo. Consiste nel dimostrare che dietro il suo nome esiste finalmente una direzione precisa.
Perché l’Italia non ha bisogno di comprare un’identità, né a prezzo pieno né con lo sconto di luglio.
Ha bisogno di tornare ad averne una.










