
La tossicità è la capacità di una sostanza chimica, di un farmaco o di un agente fisico di provocare danni o alterazioni a un organismo vivente, dividendosi principalmente in tossicità acuta, cronica e sistemica.
Può essere acuta, cronica o sistemica. Nel linguaggio comune e nella psicologia, la tossicità caratteriale si riferisce a comportamenti manipolatori, egocentrici ed emotivamente logoranti che danneggiano le relazioni e il benessere altrui.
Questo è quello che si evince sfruttando il patrimonio culturale della Treccani, ma dobbiamo andare più a fondo per comprendere meglio questo ampio preambolo.
Nel contesto del calcio, il termine "tossicità" descrive l'insieme di comportamenti esasperati, violenti o manipolatori che avvelenano l'ambiente sportivo, trasformando la passione in un clima di ostilità diffusa.
Nel dettaglio possiamo distinguere tra tribalismo esasperato (legato al mondo dei tifosi) e l’amplificazione digitale in cui le piattaforme social fungono da terreno fertile in cui l'anonimato alimenta campagne d'odio quotidiane più o meno eterodirette a volte dalle stesse società per screditare voci dissonanti e teorie del complotto.
Se volessimo essere pignoli potremmo ricordare che diverse inchieste internazionali evidenziano come all'interno di federazioni o club professionistici si creino talvolta strutture gerarchiche tossiche ed egoiche, caratterizzate da scarsa trasparenza e abuso di potere.
Ma questa è un’altra storia, su cui magari torneremo più avanti.
Per adesso concentriamoci sulla tossicità.
Un concetto che abbiamo voluto approfondire per cercare di capire se “dire la verità” o manifestare in modo libero il proprio pensiero anche e soprattutto quando viene percepito come scomodo possano essere considerati una forma di tossicità.
E in effetti esistono dei casi di opinioni o di “giornalismo tossico” ovvero quel modo di raccontare o fare informazione che deforma la ricerca della verità o il dovere di cronaca usandoli in modo cinico, manipolatorio o decontestualizzato.
Il nocciolo della questione è proprio qui.
Se si deforma la realtà dei fatti si diventa tossici, se invece si racconta la verità per quello che si conosce o appare, quello è solo dovere di cronaca.
Tossico lo è in realtà chi finisce con l'identificarsi con una società di calcio e per la proprietà transitiva con il nome stesso della squadra di calcio.
Finendo per considerare lesa maestà un racconto che strida con la propria assunta posizione di rilievo.
È una patologia, questa si, tossica, che consigliamo caldamente di curare.
La cronaca e la ricerca della verità, basi della professione giornalistica, servono invece e piuttosto a proteggere qualsiasi cosa possa essere definito un “bene comune”.
Il calcio e le squadre di calcio che rappresentano le città, pur essendo in diritto società private, sono seguite da tantissime persone e dunque non possono che essere definite “bene comune”.
Difendere il bene comune, ci preme ricordare a chi ha abusato in modo improprio e illetterato del termine tossicità, non significa adulare, accettare supinamente qualsiasi verbo, scodinzolare al primo richiamo e potremmo aggiungere anche altri atteggiamenti penosamente “fantozziani”, ma evitiamo perché poi saremmo tacciati (come già avvenuto) come quelli che insultano tutti.
E, sia chiaro, noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di conoscere, sapere, approfondire ogni notizia o particolare appaia di rilievo nell'ottica del funzionamento a dovere del bene comune.
Torniamo, quindi, al punto: difendere il bene comune, significa semplicemente raccontare la verità di cui si è a conoscenza, senza inventarsi nulla ma anche senza nascondere nulla, anche a costo di essere impopolari.
Noi non barattiamo abbracci in pubblico con alcuna dignità della coerenza.
E’ una missione che non porta "click" ma spesso offese ed incomprensioni, che non porta sponsor ma ostilità diffuse.
E’ se da un lato dire o scrivere sempre quello che conviene al più "forte", allo asserito potente del momento, che poi più che forze vediamo fragilità mascherate da arroganza, è un modo per vivere sereni, raccontare la verità o ciò che si pensa in modo libero è rischioso, anzi rischiosissimo soprattutto perché parliamo di calcio.
In un contesto aduso a conformismi e in cui ci si accorge del problema solo quando lo stesso ha mostrato in concreto i suoi effetti deflagranti.
Nel calcio, poi, c’è sempre insita una dose di imprevedibilità che può portare comunque a dei risultati.
A volte succede, altre volte (e lo diciamo con il cuore in mano) non accade.
Alla fine dei giochi chi ha raccontato le verità del momento, spesso scomode o urtanti, non avrà guadagnato "click" o denaro, ma solo il diritto di guardarsi ogni giorno allo specchio per specchiarsi dentro la propria coscienza e la credibilità.
Credibilità, che non è e non sarà mai tossica.
Non si compra con un abbraccio o con un bonifico.
Si guadagna.










