Ci sono imprese che si misurano con il cronometro, altre, invece, hanno bisogno di un’unità di misura diversa.
Più profonda.
La traversata dello Stretto di Messina organizzata dalla 4Spa Sport appartiene alla seconda categoria.
Da Torre Faro a Cannitello, lungo 3.500 metri di mare, non hanno nuotato soltanto persone allenate e pronte alla sfida.
Hanno preso il largo paure, ricordi, ferite e speranze.
Martedì 4 agosto, per il secondo anno consecutivo, la società guidata da Salvo e Aurelio Scebba ha trasformato uno degli scenari più affascinanti del Mediterraneo in uno spazio senza barriere.
Un’impresa sportiva, certamente, ma soprattutto umana.
La storia che più di tutte racconta il significato della giornata arriva da Genova.
Andrea Aguglia ha attraversato lo Stretto pensando al figlio Tommaso, un bambino di due anni e mezzo seguito dall’ospedale Gaslini a causa di una malattia rara.
Ogni sua bracciata è diventata un appello alla solidarietà, a sostegno della raccolta fondi promossa per affrontare le cure del piccolo.
Un padre ha nuotato per il proprio figlio, mentre tutto il resto del gruppo, idealmente, ha nuotato con loro.
«Potrei raccontare dei miei splendidi ragazzi con disabilità, che seguo nel nuoto paralimpico», spiega Salvo Scebba.
«Atleti capaci di insegnarci ogni giorno cosa significhi affrontare un limite. Denise Fresta può diventare campionessa italiana di nuoto paralimpico in acque libere. Ma potrei parlare anche del papà che ha attraversato il mare per il figlio affetto da una malattia rara e della raccolta fondi che abbiamo voluto sostenere».
Le paure lasciate in mezzo al mare
La traversata rappresenta il punto d’arrivo di una lunga stagione.
Mesi di allenamenti, fatica e preparazione.
Per alcuni l’obiettivo era migliorare un tempo, per altri trovare il coraggio di guardare il mare senza abbassare gli occhi.
Nel gruppo guidato da Salvo Scebba c’erano medici e professionisti affermati, persone poco abituate al nuoto in acque libere ma conquistate dall’idea di compiere l’impresa.
Si sono allenate per un anno, per poi affidarsi al mare.
«Erano innamorati del progetto, ma avevano paura del blu profondo, delle meduse, degli squali, dei delfini e dei pesci spada», racconta Scebba.
«Il mio merito, se posso definirlo così, è stato convincerli a fidarsi. Ad affidarsi a quel grande padre che è il mare. Non vedere il fondo non significa essere in pericolo. Significa imparare a convivere con qualcosa che non possiamo controllare completamente».
Giovanni Galazzo, Mario Spadaro, Giancarlo Bannò, Gaetano Calì e Maurizio Sabatino Di Noto hanno raggiunto Cannitello affidandosi all’esperienza e alla cultura marinaresca degli Scebba.
Quasi tutti erano alla prima traversata e sulla sponda calabrese sono arrivati stanchi, ma felici.
Avevano vinto.
Il mare come nuovo principio
Tra le bracciate c’erano anche dediche silenziose.
Persone segnate dalla perdita di un congiunto hanno portato in acqua il ricordo di chi non c’è più.
Altri nuotatori hanno affrontato malattie, separazioni e passaggi difficili della propria vita.
«Ci sono Master che hanno sofferto e che hanno trovato nell’allenamento quotidiano una strada per rialzarsi», aggiunge Scebba.
«Tuffarsi in questo meraviglioso tratto di mare ha rappresentato per loro un nuovo principio. Non una fuga dal dolore, ma un modo per attraversarlo e tornare a respirare».
Il gruppo dei più veloci, condotto da Aurelio Scebba, ha completato il percorso in circa quaranta minuti.
Con lui hanno nuotato Gianluca Scionti, Salvo Piazza, Salvo Catalfo, Michele Brucoli, Gilberto Giuffrida, Dario Monteforte, Andrea Rapisarda, Melita Pennisi, Antonio Ilacqua e Gabriele Belfiore.
Per Aurelio, già protagonista dell’Oceanman e della 12 chilometri di Levanzo, la traversata ha avuto quasi il sapore di un riscaldamento, ma anche per lui non è stata una giornata come le altre.
L’impresa è stata dedicata al piccolo Alessandro, nuovo arrivato nella famiglia Scebba.
Il gruppo Master, seguito da Giovanna Scebba e Fabio Fiumara, ha invece accompagnato al traguardo Marzia Siclari, Alessandra Fatuzzo, Gianfranco Di Mauro, Gabriele Belfiore, Andrea Aiello, Orazio Condorelli, Manuela Di Maria, Alessia Garigali, Annalisa Di Paola e Antonio Ilacqua. Dall’Olanda è arrivato anche Jelle Klejin, pronto a portare per sempre con sé il ricordo dello Stretto.

La traversata e le storie che racconta
Tra queste storie c’è quella di Alessandra Fatuzzo.
Per molto tempo la traversata dello Stretto era rimasta uno di quei desideri da realizzare, prima o poi. C’erano già un orologio per tracciare le nuotate in acque libere, regalato dalla sorella, e una boa ricevuta dall’amica Cetty.
Mancava però la decisione definitiva.
È arrivata tra marzo e aprile, durante un periodo personale particolarmente triste e difficile.
I compagni di corsia Andrea e Salvo, senza conoscere quel suo vecchio desiderio, le hanno proposto di partecipare.
Alessandra ha accettato quasi d’istinto, perché in quel momento aveva bisogno di proiettarsi verso qualcosa di bello.
Una sfida.
Un obiettivo capace di assorbire energie, illuminare lo sconforto e coinvolgere idealmente le persone più care.
Da quel momento il 4 agosto è diventato un faro.
Una data lontana, ma sempre visibile, che l’ha accompagnata durante mesi di allenamenti e dubbi. Il blu profondo non le faceva paura, così come le meduse o gli altri possibili incontri in mare.
La domanda, ogni tanto, era soltanto una: «Ce la farò?».
La risposta è arrivata nello Stretto. Alessandra ha completato la traversata in 47 minuti e 25 secondi, seguendo il ritmo energico di Marzia e Jelle, quando pensava di impiegare più di un’ora.
Ma il cronometro, in fondo, contava poco. Non era una gara.
«Ho cercato di godermi ogni bracciata e ogni sguardo verso il blu. Non si vedeva mai il fondo, sembrava un cielo di un azzurro intensissimo», racconta.
«Ogni tanto nuotavo a rana per capire dove fossi, quanta strada avessi percorso e quanta ne mancasse. Più che una sfida è stato un modo per accogliere la natura, fondersi con il mare e lasciarsi accompagnare. Salvo dice di affidarsi a Padre Mare, io preferisco chiamarla Sorella Mar».
Sulla barca d’appoggio c’erano il padre e la sorella. Una presenza che ha reso l’impresa ancora più preziosa. Poi l’arrivo in Calabria, l’abbraccio con gli altri partecipanti e il ritorno a Messina, con la consapevolezza di avere condiviso un momento irripetibile.
Le emozioni sono emerse pienamente soltanto dopo. «Quando mi fermo a pensarci mi viene ancora da piangere. Credo siano lacrime di felicità, emozioni che trovano sfogo e si perdono nel blu degli abissi, tra le onde e le correnti fredde e calde che ci hanno accompagnato».
Alessandra rivolge infine un pensiero ad Andrea e Salvo, che l’hanno coinvolta, e a Salvo Scebba, capace di guidare il gruppo con disponibilità, passione, ironia e umanità: «Riesce a motivarti con dolcezza, ma anche con gli sfottò, trasmettendo una passione che gli esce da tutti i pori. Non si incontrano spesso persone con un cuore così grande e occhi così onesti».

Anche per Orazio Condorelli attraversare lo Stretto ha significato compiere un viaggio molto più lungo dei 3.500 metri che separano Sicilia e Calabria.
Un percorso cominciato durante una fase difficile della sua vita, quando il nuoto è diventato una risposta alla tristezza e uno spazio nel quale ritrovare energia.
«Considero il nuoto un balsamo contro i pensieri tristi. Ho cominciato a praticarlo in un periodo complicato e mi ha restituito il mio orizzonte di libertà e di energia», racconta Condorelli.
Dietro il desiderio di affrontare la traversata c’era anche un pensiero intimo, quasi romantico, quello rivolto a una persona importante che non c’è più, ma che gli aveva insegnato a nuotare e ad amare il mare.
«Attraversare lo Stretto è stato un modo per incontrarla nuovamente e nuotare ancora insieme. Volevo superare un limite, ma soprattutto ritrovare, tra quelle bracciate, qualcuno che continua a vivere dentro di me».
Il suo racconto conserva anche le sensazioni più concrete della giornata.
La falsa partenza, con il gruppo costretto a tornare indietro, ha regalato un momento divertente prima dell’impresa. Poi sono arrivati l’odore della nafta, il passaggio improvviso tra correnti calde e fredde, l’acqua quasi ghiacciata capace di restituire una scossa energizzante.
Infine, l’approdo in Calabria: l’emozione dell’arrivo e l’abbraccio con compagni che, fino a poco tempo prima, erano quasi sconosciuti e che nello spazio di una traversata sono diventati incredibilmente vicini.
«Porto con me la consapevolezza che spesso le cose sono più facili di quanto immaginiamo e che, qualche volta, la paura può essere sconfitta. Al traguardo ho abbracciato amici che non conoscevo, ma che il mare aveva ormai reso parte della mia storia».
Anche Salvo Catalfo è tornato a riva con qualcosa di più di una traversata completata.
Nello Stretto ha scoperto il valore della solidarietà, condividendo l’impresa con persone capaci di trasformare una dura prova fisica in un inno alla vita, come il padre del piccolo Tommaso.
Ha imparato a guardare i propri limiti e gli ostacoli come parti essenziali della preparazione. Poi ha incontrato la forza incontenibile della natura, le correnti fredde e calde, il mare che trascina e impone di essere assecondato, perché davanti alla sua immensità ogni tentativo di contrastarlo diventa inutile.
«Ci sono momenti in cui sei solo, sospeso sopra l’abisso, con tutti i tuoi pensieri», racconta Catalfo, «eppure porti dentro le persone che ami e ti sembra quasi di volare».
Un’esperienza fatta di fatica e raccoglimento, nella quale il mare, il sudore e le lacrime finiscono per confondersi, diventando espressioni della stessa emozione.
La traversata gli ha lasciato soprattutto questa consapevolezza: nel blu più profondo si può essere soli, ma non ci si sente mai davvero soli.

La voce che indica la rotta
Il volto più autentico della traversata è stato ancora una volta quello del nuoto paralimpico. Denise Fresta, Aldo Gioia, Saro Patanè e Cristina Albicini hanno dimostrato che il mare può essere attraversato anche quando la vita sembra avere tracciato confini diversi.
Cristina, atleta non vedente arrivata da Verona, si è affidata completamente a Salvo Scebba.
Nessun cordino. Soltanto la voce dell’allenatore, qualche piccolo contatto per correggere la direzione e una fiducia assoluta.
«Guidare un nuotatore non vedente significa diventare i suoi occhi», sottolinea il tecnico.
«La rotta viene indicata con la voce e, quando serve, con una lieve spinta. È un rapporto fondato sulla fiducia. In quel momento non esistono disabilità o differenze, esistono due persone che devono sentire il mare nello stesso modo».
Per Scebba è la naturale prosecuzione di una vita trascorsa tra piscina e mare, nuoto e pallanuoto, ruoli da atleta, dirigente e allenatore.
Oggi la passione più intensa è quella per il movimento paralimpico.
«Quando si è ricevuto tutto dallo sport, si ha il dovere di restituire qualcosa. La propria esperienza, il proprio tempo e il proprio impegno. Il nuoto paralimpico mi ha fatto innamorare ancora una volta di questo mondo, perché questi ragazzi non chiedono scorciatoie. Chiedono soltanto la possibilità di dimostrare ciò che valgono».
Fondamentale anche il sostegno del Centro Ortopedico Ferranti VIVITOP, vicino alle attività paralimpiche della 4Spa Sport, e il supporto logistico assicurato da Melissa Bonaccorsi e Carla D’Amico.
Alla fine, sulla spiaggia di Cannitello, non contava più chi fosse arrivato prima.
Il cronometro aveva già perso importanza.
Restavano gli abbracci, le lacrime.
Il sorriso di chi, voltandosi verso la Sicilia, poteva osservare la distanza percorsa e comprendere che quei 3.500 metri erano molto più lunghi di quanto indicato dalle carte nautiche.
Perché dentro quello Stretto ciascuno aveva attraversato qualcosa di sé e sulla riva opposta era arrivato diverso.











