
Il mancato deposito della fideiussione entro il termine del 10 agosto non può più essere raccontato come un semplice incidente tecnico o burocratico.
È un fatto.
Ed è un fatto che obbliga a guardare oltre il campo, dentro la struttura economica e organizzativa del Catania FC.
La società ha comunicato di non essere riuscita a risolvere in tempo le problematiche già annunciate il 6 agosto.
Proprietà e consiglio di amministrazione hanno assicurato di essere al lavoro per rimediare, dichiarandosi pronti ad accettare le conseguenze.
Conseguenze che potrebbero tradursi in una penalizzazione nel prossimo campionato.
Resta però una domanda inevitabile: come può una società sostenuta negli anni da investimenti così rilevanti arrivare impreparata davanti a un adempimento tanto importante?
I numeri dietro l’incidente
Per comprendere la portata del problema bisogna tornare al bilancio dell’esercizio 2024/25.
I ricavi dichiarati dal club sono rimasti sostanzialmente invariati, attestandosi intorno ai 3,1 milioni di euro.
La perdita netta, invece, è cresciuta da circa 10,7 a 13,4 milioni, raggiungendo il 430 per cento del fatturato.
I dati economici disponibili indicano una crescita dei ricavi di appena il 2,4 per cento, accompagnata da un netto peggioramento del risultato d’esercizio.
La fotografia è impietosa.
A fronte di ricavi per circa 3,1 milioni, la struttura operativa avrebbe assorbito risorse per oltre 16 milioni.
In termini semplificati, il Catania avrebbe speso più di cinque euro per ogni euro prodotto dalla propria attività ordinaria.
Il margine operativo negativo è passato da una dimensione equivalente a circa tre volte e mezzo i ricavi a oltre quattro volte il fatturato.
Non si tratta, dunque, di un club economicamente autosufficiente, ma di un progetto sportivo sostenuto attraverso continui apporti della proprietà.
Questo non significa che la società sia automaticamente destinata all’insolvenza.
Significa però che la sua continuità dipende in misura determinante dalla disponibilità e dalla puntualità dei finanziamenti degli azionisti.
Se quel flusso rallenta, anche un adempimento ordinario può trasformarsi in un problema.
Ed è proprio questo l’elemento che oggi preoccupa.
Investire tanto non basta
La proprietà Pelligra ha certamente immesso molti milioni nel Catania.
Il punto non è negare gli investimenti.
Il punto è chiedersi quale struttura abbiano costruito.
Il club non è proprietario dello stadio Angelo Massimino e dispone quindi di margini limitati per sviluppare ricavi strutturali legati all’impianto, all’ospitalità e alle attività commerciali.
Il discorso è differente per Torre del Grifo.
Il centro sportivo, rimasto inizialmente fuori dal patrimonio della nuova società dopo il fallimento del precedente Calcio Catania, è stato aggiudicato dal club nell’ottobre 2025 per circa 5,5 milioni e acquisito definitivamente nel febbraio 2026.
Si tratta di un investimento importante, successivo alla chiusura del bilancio 2024/25, che accresce la dotazione patrimoniale ma richiederà ulteriori risorse per il recupero e la piena utilizzazione della struttura.
Rimane una sproporzione evidente tra la dimensione delle spese calcistiche e la capacità del club di produrre ricavi propri.
Finora il Catania ha inseguito la promozione puntando soprattutto sulla forza economica della proprietà.
Il risultato, però, è stato un modello costoso, dipendente e incapace di trasformare l’enorme partecipazione popolare in una crescita industriale adeguata.
Le voci incontrollate e il silenzio che le alimenta
Nelle ultime ore, ma è inevitabile, le voci si rincorrono: sui dirigenti e sui calciatori (Cicerelli e Di Gennaro sarebbero con le valigie pronte).
Se da un lato sarebbe irresponsabile e deontologicamente sbagliato alimentarle, da un altro laro sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il clima nel quale stanno proliferando.
Quando manca una spiegazione precisa, il vuoto viene rapidamente occupato dalle indiscrezioni, dalle ricostruzioni incontrollate e dagli allarmi.
Per fermare tutto questo servono risposte verificabili.
La società dovrebbe chiarire quale sia stata la causa esatta del mancato deposito, quando verrà presentata la fideiussione, se tutti gli obblighi verso calciatori e dipendenti siano stati rispettati e quale piano economico sosterrà la prossima stagione.
La fiducia non si finanzia all’infinito
Catania non chiede promesse, chiede trasparenza.
Il mancato deposito della fideiussione non dimostra da solo che la proprietà voglia disimpegnarsi.
I dati di bilancio, però, descrivono un club che perde molto più di quanto riesca a produrre e che continua a dipendere quasi completamente dagli apporti degli azionisti.
È questo il vero tema.
Si può finanziare una squadra ambiziosa. Si può anche accettare una fase iniziale in perdita, soprattutto quando l’obiettivo è conquistare una categoria superiore.
Ma dopo quattro anni la crescita sportiva deve essere accompagnata da un’organizzazione affidabile, da entrate più consistenti e da procedure amministrative capaci di rispettare ogni scadenza.
Ecco perché la sensazione, ma ripetiamo è solo una sensazione, porta ad una dismissione, seppur lenta, che sia preludio di una cessione.
Un dato di fatto però resta.
Una fideiussione può essere regolarizzata.
Una penalizzazione può persino essere recuperata sul campo.
La credibilità, invece, una volta consumata, è difficile da recuperare.










