
Sulla vicenda della fideiussione del Catania FC si sta facendo molta confusione.
In alcuni casi per scarsa conoscenza degli strumenti finanziari (ma è comprensibile), altre volte per spostare il dibattito seguendo una narrazione che poco collima con i fatti (cosa meno comprensibile).
Occorre allora partire dalle parole.
Una fideiussione non è una somma da versare, in tutto o in parte, come magari è stato detto o scritto erroneamente, ma certamente in buona fede.
È un contratto attraverso il quale un soggetto garantisce l’adempimento di un’obbligazione altrui.
In questo caso, si tratta di una garanzia richiesta dalla Lega Pro.
Per ottenerla bisogna possedere determinati requisiti economici, patrimoniali e finanziari.
Se una banca ritiene affidabile il soggetto richiedente, concede la garanzia dietro il pagamento dei relativi costi, altrimenti non lo fa.
Ed è proprio qui che nasce la prima domanda: perché nessun istituto di credito avrebbe ritenuto di garantire nei tempi richiesti il Catania FC?
Non è una curiosità marginale, ma il cuore della vicenda.
Secondo la ricostruzione emersa, la società avrebbe cercato di superare il problema attraverso un escrow account, cioè un conto dedicato nel quale depositare l’intera somma che la fideiussione avrebbe dovuto garantire.
Un’operazione diversa, più onerosa sul piano della liquidità e, soprattutto, avviata senza riuscire a completare entro il 10 agosto gli adempimenti richiesti.
Il punto resta questo: ciò che doveva essere fatto entro una scadenza precisa non è stato fatto.
Tutto il resto rischia di diventare un modo per gettare la palla in tribuna.
Il marchio e le responsabilità di un ritardo
Anche sulla vicenda del marchio storico servirebbero meno suggestioni e maggiore precisione.
Il suo valore non sarebbe aumentato improvvisamente a causa dell’interesse manifestato da altri soggetti.
Il riferimento economico resta quello stabilito dalla perizia commissionata nell’ambito della procedura fallimentare.
La presenza di più potenziali acquirenti (secondo quanto da noi raccolto potrebbero essere altri due i contendenti del Catania Fc) conduce, semmai, allo svolgimento di una procedura competitiva.
È una gara pubblica per l’assegnazione di un bene appartenente alla massa fallimentare e va rispettata.
Non può essere rappresentata come una speculazione orchestrata ai danni del Catania FC, né può essere accompagnata da dichiarazioni capaci di alimentare sospetti senza elementi concreti.
Su una procedura sottoposta alla direzione e al controllo dell’autorità giudiziaria servono cautela, misura e senso di responsabilità.
Si partecipa, si presenta la propria offerta e se questa è la migliore, ci si aggiudica il bene.
Il resto sono solo parole, citando una canzone di Noemi di qualche anno fa.
La vera questione riguarda il tempo perduto.
Dalla stima risalente all’ottobre 2024 fino alla primavera del 2026, perché non è stata presentata una proposta irrevocabile di acquisto?
Perché attendere se, come ha dichiarato Grella, si tratta di una priorità per la sua società?
Quando, nel giugno 2026, si è manifestato l’interesse di altri soggetti, lo scenario è inevitabilmente cambiato, ma attribuire ad altri la
responsabilità di quella concorrenza significa ignorare quanto non è stato fatto nei mesi precedenti.
Il marchio avrebbe potuto essere già del Catania Fc e, invece, non lo è.
Una circostanza che meriterebbe una spiegazione molto più convincente degli alibi offerti finora.
La credibilità passa dalle responsabilità
La credibilità di un dirigente o di un professionista non si costruisce attraverso dichiarazioni rassicuranti.
Non si acquista al banco di un supermercato, ma si conquista assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni.
Prima si riconosce l’errore, poi si dimostra di averne compreso le cause e infine si interviene per evitare che possa ripetersi.
Sul mancato adempimento del 10 agosto la proprietà è chiamata a fare chiarezza.
La gestione della società compete a uomini scelti dalla stessa proprietà e, in qualsiasi azienda organizzata secondo criteri normali, chi provoca un problema economico e operativo di simile portata è chiamato a risponderne.
È fisiologia aziendale.
Conservare ogni equilibrio interno, anche davanti a un errore evidente, rischia invece di trasformarsi nella patologia di una gestione che non riesce più a distinguere la tutela delle persone dalla tutela della società.
Il Catania non è soltanto un investimento privato.
Rappresenta una città, una storia e una passione collettiva e chi lo amministra ha quindi un dovere ulteriore, quello della trasparenza nei confronti dei tifosi.
Le domande sono semplici.
Perché la questione della garanzia non è stata affrontata per tempo? Perché nessuna banca avrebbe concesso la fideiussione richiesta?
Perché l’escrow account non è stato completato entro la scadenza? Perché il marchio non è stato acquistato quando non risultavano altri soggetti interessati?
Rispondere nel merito sarebbe un primo segnale di consapevolezza.
Spostare l’attenzione sugli articoli di giornale, sui presunti speculatori o su responsabilità esterne non serve.
È soltanto un altro pallone spedito in tribuna mentre la partita vera si gioca da un’altra parte.
E a proposito di partite, oggi alle 18, il Catania scenderà in campo al Tardini per il secondo turno di Coppa Italia.
Un appuntamento prestigioso che il Catania affronterà con diverse incognite, molte delle quali legati appunto alla questione fideiussione.
Adesso che la questione pare essere stata risolta, i nuovi acquisti dovrebbero essere tutti a disposizione di Longo.
Evitando un ulteriore grave danno di immagine nazionale al Catania.










