
C’è un aspetto del progetto Catania che rischia di passare quasi inosservato tra fideiussioni, mercato, partenze, nuovi arrivi e l’attesa per l’inizio del campionato.
Eppure, potrebbe essere molto più importante di quanto sembri.
Parliamo di settore giovanile.
Nei giorni scorsi Rosario Cavallaro, presidente della IV Municipalità di Catania, ha sollevato pubblicamente il tema rivolgendosi direttamente al presidente Ross Pelligra.
Al centro della questione ci sarebbero la mancata iscrizione dell’Under 16 regionale, oltre trenta ragazzi delle classi 2010 e 2011 che avrebbero lasciato il club e, più in generale, alcune scelte che sembrerebbero indicare un ridimensionamento del vivaio rossazzurro.
Usiamo volutamente il condizionale.
Perché dall'esterno non è possibile conoscere fino in fondo programmi, strategie e intenzioni della società e perché una mancata iscrizione, isolatamente considerata, potrebbe avere spiegazioni organizzative o tecniche che soltanto il Catania potrebbe chiarire.
Ma il problema nasce quando si mettono insieme diversi elementi.
La rinuncia all’Under 16, se confermata nei termini raccontati in questi giorni, arriverebbe dopo la conclusione del rapporto con Marco Biagianti, che aveva guidato la Primavera rossazzurra.
Nella vicenda sollevata da Cavallaro viene citato anche Alessandro Coriolano, protagonista della Primavera della scorsa stagione, che avrebbe lasciato Catania senza avere l'opportunità di affacciarsi stabilmente alla prima squadra.
Presi singolarmente possono essere episodi.
Messi uno accanto all’altro, però, autorizzano almeno una domanda: il Catania sta realmente investendo sul proprio settore giovanile oppure il vivaio sta progressivamente perdendo centralità nel progetto?
Una domanda ancora più significativa considerando ciò che la stessa società scrive nel proprio Codice Etico.
Il Catania FC definisce infatti la crescita dei giovani calciatori una "preziosa risorsa" e dichiara di prestare particolare attenzione alla gestione e all’organizzazione del settore giovanile.
Ed è proprio qui che la riflessione diventa più ampia, supera i confini del calcio e ci consente di chiedere un parere a chi, di giovani, ne ha cresciuti tanti.
Perché chi ha trascorso una vita a costruire settori giovanili sa bene che il risultato di una squadra giovanile conta relativamente, ciò che conta davvero è non interrompere mai il processo.
Salvo Scebba, uno dei grandi "seminatori d'oro" dello sport catanese e uomo che nella pallanuoto ha dedicato decenni alla formazione dei giovani, mette l'accento proprio sulla continuità del lavoro.
«Lavorare con il settore giovanile significa avviare un cantiere che non deve prevedere interruzioni. Ci possono essere annate premiate dal successo ed annate sfortunate, ma la cantera non si deve fermare mai. Un anno di pausa risulta tragico, lo abbiamo visto col Covid: riprendere è stata un'impresa».
Un'esperienza, quella ricordata da Scebba, che consente di guardare alla questione da una prospettiva diversa.
Non quella del singolo campionato, della classifica o del talento che riesce immediatamente ad arrivare in prima squadra.
Un vivaio è soprattutto una filiera.
Togliere un anello significa rischiare di disperdere ragazzi, competenze, allenatori e quel patrimonio di conoscenze e relazioni che non può essere ricostruito semplicemente attraverso una campagna acquisti.
Ed è sul caso specifico del Catania che le parole di Scebba diventano ancora più nette: «Oggi il Catania decide di non partecipare al campionato Under 16 dopo avere interrotto una proficua collaborazione con Marco Biagianti. Sono segnali gravissimi di disinvestimento, soprattutto in un club che deve produrre giocatori anziché comprarli».
È una valutazione forte, che pone una questione sulla quale sarebbe interessante conoscere la posizione della società.
Perché "produrre giocatori anziché comprarli" non significa rinunciare alle ambizioni della prima squadra.
Al contrario, per una società che vuole costruire un progetto duraturo potrebbe significare creare patrimonio tecnico ed economico, offrendo contemporaneamente ai migliori talenti del territorio una prospettiva che oggi rischiano di cercare altrove.
E c'è un'altra conseguenza che non può essere sottovalutata.
Quando una categoria non parte, non si perde soltanto una squadra. Si rischia di perdere un'intera generazione.
Ragazzi che inevitabilmente cercano altre società, famiglie che scelgono percorsi differenti, tecnici che si spostano e rapporti con il territorio che devono poi essere ricostruiti.
L'anno successivo non basta riaprire una porta per ritrovare automaticamente ciò che c'era prima.
È esattamente questo il significato del "cantiere" evocato da Scebba.
Si può cambiare un allenatore, si può modificare un'organizzazione, si può persino ripensare completamente il modello del vivaio, ma la continuità della formazione dovrebbe rappresentare uno dei punti sui quali un club prova a non arretrare.
Specialmente a Catania, dentro un territorio che per dimensioni, tradizione calcistica e bacino potenziale dovrebbe rappresentare una risorsa prima ancora che un mercato nel quale cercare calciatori.
Una società che vuole essere profondamente legata alla città dovrebbe probabilmente considerare il proprio settore giovanile anche come uno degli strumenti principali attraverso cui costruire appartenenza.
Il bambino che indossa oggi la maglia rossazzurra potrebbe non arrivare mai in prima squadra, perché questa è inevitabilmente la sorte della stragrande maggioranza dei ragazzi.
Ma quel bambino, la sua famiglia e il suo ambiente diventano parte di una comunità: è anche così che un club mette radici.
Curiosamente, la campagna abbonamenti scelta dal Catania per questa stagione si chiama proprio "Essere Catania".
Nel presentarla, la società ha richiamato concetti come responsabilità, appartenenza e rappresentanza della città.
Parole importanti. Proprio per questo sarebbe utile comprendere quale spazio occupino i giovani catanesi dentro quell’idea di appartenenza.
Nessuno può affermare oggi che il Catania abbia deciso di abbandonare il proprio vivaio, perché sarebbe una conclusione che andrebbe oltre gli elementi disponibili.
Nello stesso, qualora confermato, sarebbe altrettanto sbagliato liquidare ciò che sta accadendo come una questione marginale.
Perché se la mancata iscrizione dell’Under 16, l'uscita di Biagianti e le altre situazioni segnalate dovessero rappresentare parti di una stessa strategia, allora sarebbe legittimo interrogarsi sulla direzione intrapresa.
Soprattutto dopo un'estate nella quale altri episodi hanno già alimentato interrogativi sulla programmazione complessiva del club.
Il Catania può naturalmente scegliere il proprio modello, può spiegare che si tratta soltanto di una riorganizzazione, può presentare un progetto diverso, magari persino più ambizioso, per il settore giovanile, può dimostrare nei fatti che questi timori sono infondati.
Sarebbe probabilmente la risposta migliore.
Perché il mercato può cambiare una squadra in poche settimane, un settore giovanile no.










