
E’ colpa di Longo, tutta colpa di Longo.
La narrazione mainstream che “gira” in città è questa e, magari, questa volta non è poi così sbagliata.
Di sbagliato c’è altro: c’è tutto il sistema di gestione societaria che, ma non è una novità, fa acqua da tutte le parti.
Si è compreso l'ordine del giorno ispirato da chi vuole fare apparire che tutto cambi perché nulla li dove conta debba cambiare.
Sceneggiato già vissuto appena qualche mese fa e che ha pregiudicato definitivamente la speranza di acciuffare la B attraverso i play off.
Andiamo per ordine.
Il Catania questo pomeriggio scenderà in campo a Picerno per un nuovo turno di campionato contro una squadra che ha vinto 3 delle 4 partite giocate: l’opposto dei rossazzurri che, invece, in un avvio disastroso hanno vinto una sola gara e ne hanno perse 3.
Partita complicata, dunque, e nello stesso tempo paradossale.
Sì perché la stessa società che ha scelto Emilio Longo qualche mese fa e che dopo la rovinosa eliminazione dalla Coppa Italia lo ha confermato con un comunicato stampa, adesso avrebbe (ma solo per una questione di correttezza usiamo il condizionale) scelto il nuovo allenatore, ovvero Fabio Caserta.
Ed ecco il paradosso: non si è cambiato dopo la Scafatese solo perché c’era poco tempo tra una partita e l’altra.
La domanda a questo punto nasce spontanea: e se il Catania vince a Picerno? Si va avanti ancora con Longo in attesa di un’altra sconfitta o (come avvenuto l’anno scorso con Toscano) si cambia lo stesso?
Ma la domanda più importante è un’altra: se Caserta, come a Catania sanno benissimo anche i muri, è da sempre stato la prima scelta peraltro caldeggiata da buona parte dei leader dello spogliatoio, perché non prenderlo in estate?
Risposta tutto sommato facile: perché in estate, consigliato dall’amico Mimmo Toscano, Fabio Caserta aveva chiesto il ridimensionamento di qualche dirigente che, evidentemente, risulta intoccabile ed impermeabile a qualsiasi risultato sportivo.
Perché al Catania il vero progetto non conosce contenuti.
Sono i dirigenti in sé e per sé considerati a costituire un programma stesso.
E allora si applichi il piano B: decida la squadra e quando le squadre vogliono cambiare lo fanno capire palesemente sul campo.
Cinque partite, quattro sconfitte (3 al Massimino) ed una pantomima (verosimilmente per la presenza di Pelligra) contro il Cosenza anche per il grande momento di difficoltà dei calabri.
Questo è il Catania e la cosa non ci sorprende per niente, semplicemente perché è già successo.
Nella passata stagione con Toscano, salvo poi ricredersi fuori tempo massimo; è successo con Lucarelli ad Avellino, "giocato" negli uffici societari e poi in campo e, forse, anche con Tabbiani; è accaduto quando si doveva tagliare la testa di direttori sportivi del calibro di Daniele Faggiano sul quale sono state riservate tali e tante inesattezze da restare sbalorditi.
Succede perché si continua a gestire male ed in modo francamente risibile: le scelte degli allenatori, dei dirigenti dell'area tecnico sportiva e i giocatori stessi.
Non può rappresentare più una semplice coincidenza se a Catania arrivano come fenomeni, lo dimostrano alla prima partita, si spengono dopo aver “conosciuto” meglio la città, salvo poi tornare professionisti inappuntabili quando si trasferiscono altrove.
E’ evidente che un problema c’è, anche se comprendiamo come sia comodo voltarsi dall'altra parte.
Tornando alla cronaca oggi si gioca un’altra partita, il cui finale sembrerebbe già scritto.
A prescindere dalle sorti dell'allenatore, che di suo ha messo del proprio, c'è da augurarsi che serietà e impegno di chi scenderà in campo eviti almeno l'onta umiliante di una altra sconfitta.










