
Prima di candidare la Sicilia ai Giochi del Mediterraneo del 2034, qualcuno dovrebbe spiegare ai nostri ragazzi dove possono allenarsi domani mattina.
È una domanda elementare.
Eppure, nella politica degli annunci, sembra diventata la più scomoda.
Si guarda alle grandi manifestazioni internazionali mentre le società faticano a completare una stagione, le famiglie fanno i conti con costi sempre più pesanti e trovare un campo o una palestra disponibile è, troppo spesso, un’impresa.
Da oltre quindici anni denuncio l’impoverimento della pratica sportiva nel Mezzogiorno: pochi impianti, sponsor insufficienti, risorse economiche e umane sempre più fragili.
Quindici anni sono abbastanza per smettere di chiamarla emergenza.
È un problema strutturale che la politica conosce e che continua a non affrontare con investimenti adeguati.
Le osservazioni di Franco Bragagna, storica voce dell’atletica in Rai e oggi commentatore di Sky, hanno riportato l’attenzione su questo divario.
Nell’analisi pubblicata dal Fatto Quotidiano sugli Europei di atletica e nuoto, soltanto sei dei 67 atleti italiani medagliati risultano nati al Sud.
Il luogo di nascita non basta a ricostruire un percorso agonistico, ma quella sproporzione deve interrogare chi dirige e finanzia lo sport italiano.
Come potrebbe essere diversamente? Il talento cresce quando trova allenatori, strutture, continuità e competizioni.
Se queste condizioni mancano, chi può parte. Chi non può rischia di fermarsi. Ci siamo abituati a raccontare il trasferimento dei giovani verso il Centro-Nord come un passaggio naturale.
Dovremmo invece domandarci quante di quelle partenze siano obbligate. Un territorio che costringe i propri talenti ad andarsene sta rinunciando a formarli fino in fondo e sta scaricando sulle famiglie il costo delle proprie carenze. Ma prima ancora dell’alto livello viene la possibilità di praticare sport.
In Sicilia, garantire l’attività giovanile richiede alle società uno sforzo crescente: trasferte costose, impianti insufficienti, spazi contesi, bilanci precari.
A tenere in piedi questo sistema sono troppo spesso la disponibilità degli allenatori, il lavoro dei volontari e i sacrifici dei genitori.
Quanto pensiamo che possano resistere? Quando una famiglia deve rinunciare all’iscrizione di un figlio perché costa troppo, lo sport perde la sua funzione di apertura e diventa un privilegio. Quando una società riduce l’attività perché non trova un impianto, a perdere sono i ragazzi di un intero quartiere. La situazione delle scuole rende ancora più evidente il ritardo.
Il rapporto 2025 di Cittadinanzattiva, basato sui dati del ministero dell’Istruzione e del Merito, indica che in Sicilia meno di tre edifici scolastici su dieci dispongono di una palestra funzionante.
Prima di promettere vetrine internazionali, bisognerebbe avere il coraggio di guardare questi numeri. È dentro questa realtà che va giudicata la scelta del governo Schifani sui fondi per l’impiantistica. La dotazione iniziale era di 120 milioni di euro. Dopo la riprogrammazione, al programma per gli impianti del territorio ne restano 40: 60 sono stati destinati al Barbera e 20 al comparto ricettivo.
Due terzi delle risorse previste hanno cambiato destinazione. Presentare i 40 milioni rimasti come un risultato, senza fare i conti con gli 80 venuti meno, significa raccontare ai siciliani soltanto la parte conveniente della storia.
Schifani ha precisato che quei fondi non erano ancora impegnati e che nessun progetto già finanziato è stato privato delle risorse. Ha anche prospettato ulteriori stanziamenti per progetti cantierabili. La precisazione chiarisce un aspetto amministrativo, ma lascia intatta la responsabilità politica: il suo governo ha scelto di ridurre la dotazione destinata agli impianti diffusi. Il fatto che quei soldi non fossero ancora impegnati non rende meno grave la decisione.
Per le comunità che aspettano strutture adeguate, significa avere meno risorse sulle quali contare. Il presidente spieghi perché, davanti a un bisogno così evidente, abbia ritenuto prioritario spostarle. Il Barbera merita di essere riqualificato, ci mancherebbe, ma anche gli altri territori meritano impianti dignitosi. Il governo regionale deve rispondere all’intera Sicilia: ai ragazzi che praticano rugby, atletica, nuoto, pallavolo, pallacanestro e a quelli che vorrebbero cominciare, ma non hanno una struttura accessibile.
Su questo punto mi aspetto una voce netta dai vertici del CONI siciliano e da chi rappresenta le federazioni e le società sportive e mi aspetto una risposta anche dall’assessora allo Sport. Chi ricopre un incarico di rappresentanza deve assumersi la responsabilità di contestare le scelte che penalizzano il settore.
Le relazioni istituzionali servono a ottenere risultati: se davanti a una riduzione di questa portata non producono una richiesta chiara di reintegro, bisogna interrogarsi sulla loro efficacia. L’articolo 33 della Costituzione riconosce il valore educativo e sociale dell’attività sportiva e il suo contributo al benessere psicofisico.
Quel riconoscimento impegna la politica a creare condizioni concrete. Una palestra chiusa e un campo impraticabile misurano la distanza tra le dichiarazioni e la vita delle persone.
In questo scenario arriva la proposta del senatore Salvo Pogliese: candidare una città siciliana ai Giochi del Mediterraneo del 2034, richiamando l’esperienza di Taranto. Una prospettiva ambiziosa, che oggi deve superare una prova molto semplice: dimostrare di avere un rapporto con i bisogni reali dello sport siciliano.
Senatore Pogliese, cominci dagli 80 milioni.
Chieda al presidente Schifani di ripristinare la dotazione originaria per gli impianti del territorio. Porti su questo terreno il suo peso politico e ci faccia conoscere la risposta. Sarebbe un impegno concreto, verificabile, utile. Darebbe forza anche all’idea di ospitare una manifestazione internazionale. Perché la credibilità si costruisce mostrando di saper programmare, finanziare e realizzare ciò che serve.
Altrimenti il rischio è l’ennesima promessa spostata abbastanza lontano da sottrarsi alla verifica del presente. Nel frattempo, però, i ragazzi crescono. Le società chiudono i bilanci. Le famiglie decidono quali spese tagliare. E le occasioni perdute non restano in attesa del prossimo annuncio.
La Sicilia deve investire adesso: recuperare gli impianti inutilizzabili, rendere accessibili quelli esistenti, costruire dove mancano e sostenere chi ogni giorno garantisce l’attività sportiva.
Presidente Schifani, restituisca gli 80 milioni alla rete degli impianti siciliani. Senatore Pogliese, si batta perché questo accada. È su un risultato come questo che i vostri propositi possono essere giudicati.
Chi oggi ha dieci anni ne avrà diciotto nel 2034.
La sua possibilità di fare sport si decide adesso.










