
E’ così cominciò anche questo mondiale malinconico. L’ennesimo.
Per gli appassionati di calcio è, senza paura di smentita, l’appuntamento più atteso, sentito, bramato per 4 lunghi anni.
Ne finisce uno e già comincia il conto alla rovescia per l’altro.
Il mondiale di calcio è qualcosa di unico: perché come le olimpiadi riesce a unire lingue, colori e culture completamente diverse; perché più dell’olimpiade (purtroppo) appassiona milioni e milioni di persone.
Il problema è che, ormai, noi italiani lo stiamo dimenticando.
Si perché sono 12 anni che non riusciamo a vivere l’attesa, l’atmosfera, la passione, l’adrenalina che solo questa manifestazione riesce a dare.
Dodici lunghi anni e tre edizioni in cui non c’è l’azzurro. A queste, in realtà, andrebbero aggiunte anche le due precedenti 2014 e 2010 in cui l’Italia non ha superato il girone iniziale.
Sostanzialmente noi italiani non viviamo un mondiale, nel vero senso del concetto, dal 2006 quando ad alzare la coppa è stato Fabio Cannavaro.
Sono passati 20 anni: i quarantenni di oggi erano dei ragazzini, i loro figli non erano nemmeno stati programmati.
Quei figli che, come abbiamo avuto modo di scrivere, un mondiale con l’Italia non l’hanno ancora visto e chissà quando avranno modo di vederlo.
E’ cominciato il mondiale e noi italiani possiamo solo parlarne.
Purtroppo però non lo facciamo con l’umiltà di chi da 3 edizioni non partecipa; lo facciamo con la faccia tosta di chi, quasi quasi, lo snobba.
La fortuna, in questo caso, vuole che il mondiale 2026 si giochi dall’altra parte del mondo e che molte partite si giocheranno quando in Italia è notte fonda.
Questo vorrà dire che velocemente e forse senza nemmeno accorgercene, si arriverà al 19 luglio e qualcuno, non italiano ovviamente, alzerà la coppa.
E noi? Noi nel frattempo pensiamo ad altro, come se il nostro calcio fosse un mondo a parte rispetto a quello del resto del mondo.
Magari lo è, ma certamente non in senso positivo.
Noi pensiamo alle lotte di potere per la presidenza della Federazione, con Giovanni Malagò che il 22 giugno succederà a Gabriele Gravina.
Lo stesso Malagò che, poi, affiderà la nazionale o ad Antonio Conte o a Roberto Mancini: ovvero uno che è andato via dopo due anni perché voleva allenare un club e un altro che, invece, ha mollato tutto all’improvviso per i soldi provenienti dall’Arabia.
Ma così è, perché in uno scenario paurosamente gattopardiano, anche Malagò non cambierà nulla, perché nulla può cambiare.
Il mondo guarda e sogna con il mondiale: noi siamo bombardati di notizie di calciomercato.
In Italia si parla solo ed esclusivamente di quello: tutto il giorno, tutto il santo giorno.
Sui giornali sportivi, sui social, nelle tv tematiche: si parla solo di mercato.
Quello che emerge, e questo fa veramente paura, è come i tre mondiali mancati non siano serviti da lezione.
Basta fermarsi qualche minuto dinanzi ad una trasmissione che parla di mercato per sentire nomi di giocatori assolutamente sconosciuti che arrivano da ogni parte del mondo.
Saranno loro a formare le rose delle squadre che giocheranno la Serie A e che, regolarmente, faranno una brutta figura in Europa.
Nel frattempo, chi guiderà la nazionale avrà sempre maggiore difficoltà a scegliere i giocatori e, come avvenuto negli ultimi anni, si andrà alla spasmodica ricerca di nonni, bisnonni e trisavoli italiani per naturalizzare qualche calciatore che, non trovando spazio nella propria nazionale di nascita, cerca fortuna con maglia azzurra.
Successe anche negli anni 60’, ma dopo la clamorosa eliminazione contro la Corea nel mondiale inglese del 1966, si decise per il blocco totale degli stranieri che durò per ben 14 anni, fino al 1980.
Incredibile, ma vero: le stagioni 1978-79 e 1979-80 furono le uniche dell'era della Serie A con il girone unico disputate interamente da calciatori italiani.
Una decisione adesso irrealizzabile, ma che in quel caso riuscì a costruire quella generazione di calciatori che, poi, si comportò benissimo nel 78 in Argentina e vinse lo storico mondiale 82 in Spagna.
Solo ricordi. Indelebili si, ma ricordi.
Il presente, invece, non promette niente di buono perché evidentemente per chi governa il calcio e dunque gestisce il business, va benissimo così.
Ed intanto è cominciato un altro triste, tristissimo mondiale a noi non rimane che guardare, malinconici, i video ormai sbiaditi dei nostri successi.










