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Bene, ma non benissimo: lo sport in Italia secondo Fabio Pagliara

04-08-2025 07:00

Alessandro Fragalà

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Bene, ma non benissimo: lo sport in Italia secondo Fabio Pagliara

Secondo l'Istat un italiano su tre pratica sport. Fabio Pagliara: “Siamo all’inizio di un percorso non solo sportivo, ma culturale: Catania caso interessante”

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Riproponiamo l'intervista a Fabio Pagliara pubblicata nell'edizione cartacea di SUD uscita lo scorso 28 luglio e tutt'ora in distribuzione

L’Italia è un paese di sportivi o di sportofili? Rispondere è assai complesso anche se gli ultimi numeri (vedi box) ci inducono ad essere ottimisti. Per provare a districarci meglio tra dati e statistiche, però, è meglio affidarsi a chi dello sport è senza dubbio un esperto.

 

Fabio Pagliara, competenza al servizio dello sport, catanese e dirigente di lungo corso, già segretario generale della Federvolley, della Federhockey e, di recente, della Fidal, la federazione atletica leggera.

 

Secondo gli ultimi dati istati sono circa 21 milioni gli italiani che praticano sport, ma ne rimangono 18 milioni assolutamente sedentari. Possiamo dire bene, ma non benissimo?

 

“Dobbiamo intanto essere contenti e guardare il mezzo bicchiere pieno proprio perché i dati sulla sedentarietà stanno diminuendo. Questo è un dato socialmente rilevante non solo per lo sport, ha un'incidenza molto forte in termini macroeconomici per il sistema Italia e moltissime ripercussioni positive sul sistema della salute e quindi del benessere dei cittadini e delle città. Il tema, però, va affrontato in maniera più complessa e quindi capendo cosa si intende per ‘praticano sport’ o ‘praticano attività sportiva’.

 

Siamo qui per questo! Affrontiamo il tema in modo più complesso.

 

“I dati potrebbero essere ancora più positivi se parliamo di cultura del movimento e non di sport e, in questo senso, la gente che si muove sta aumentando. C'è un trend di crescita molto interessante riguardo a chi pratica attività rispetto invece ai tesserati alle federazioni o alle associazioni: questo significa che lo sport è destrutturato. E’ un dato che non deve preoccupare, ma è una tendenza costante di decrescita del sistema dei tesserati: in sostanza aumenta chi fa sport, chi fa attività fisica per star bene, mentre diminuisce chi lo fa per competizione. Quindi tornando alla prima domanda, si possiamo dire bene, ma non benissimo”. 

 

Il nord rimane sempre l’area più attiva per la pratica dello sport. Cosa manca al Sud? E’ solo un problema di impianti?

 

“La Campania, tanto per fare un esempio, è la regione europea con il più alto tasso di obesità infantile. Ma anche la Sicilia non è messa bene, soprattutto per quanto riguarda i dati sulla sedentarietà. Questi numeri ci dicono che il lavoro avviato dal Governo, da Sport e Salute, dall’intero mondo sportivo e, nel nostro piccolo, anche da Sport City sta andando nella giusta direzione. Si tratta evidentemente solo di un primo passo, ma importante, in linea con quanto sancito dall’articolo 33 della Costituzione”.

 

C’è tanto da fare 

 

“Siamo ancora all’inizio di un percorso lungo e complesso, che non è solo sportivo, ma soprattutto culturale. Proprio per questo è necessario, permettetemi il termine, un doppio piano di marcia: da un lato sul fronte dell’impiantistica sportiva, in particolare quella scolastica; dall’altro sul fronte delle competenze, della cultura, del merito e della capacità di trasmettere un messaggio chiaro: muoversi fa bene, ed è una necessità sociale, non soltanto legata alla competizione sportiva”.

 

Un altro dato allarmante sono gli abbandoni giovanili, quello che tecnicamente viene chiamato ‘Drop Out’: lo sport è diventato troppo competitivo?

 

“Il fenomeno del drop out sportivo va analizzato con grande attenzione: è un dato preoccupante, forse uno di quelli su cui è più urgente riflettere. Se osserviamo il problema dal punto di vista delle federazioni e dei tesserati, appare evidente come uno dei nodi principali sia l’eccesso di competitività. Oggi si gioca, e uso volutamente il termine “gioca”, troppo poco. Emergono interessi differenti già in giovane età e i ragazzi di oggi hanno un rapporto con il tempo più complesso, perché sono sottoposti a molte più pressioni rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Il drop-out legato ai tesserati, invece, dipende da vari fattori: l'organizzazione dei campionati, i costi di accesso e in generale da una serie di criticità strutturali che richiedono una riflessione profonda. Tuttavia, credo che non venga studiato nel modo più corretto”.

 

Come mai? Stiamo sbagliando prospettiva?

 

“Molti giovani abbandonano l’attività agonistica all’interno di federazioni o enti di promozione, ma non rinunciano del tutto allo sport. Semplicemente, cambiano approccio: fanno running, giocano a padel, praticano attività sportiva libera con gli amici. In termini statistici, escono dal sistema del tesseramento, ma entrano in quello dei praticanti non organizzati. Per questo il drop-out sportivo va letto anche con un punto di vista sociologico, cercando di capire come i giovani vivano oggi la loro quotidianità e il loro rapporto con lo sport, incluso lo sport inteso come fenomeno economico”

 

Catania, la città degli scudetti, può rappresentare l’eccezione che conferma la regola o ancora c’è molto da fare?

 

“Catania rappresenta un caso molto interessante, non tanto per gli scudetti, nel senso che quello è frutto di una grande programmazione da parte di alcuni bravissimi dirigenti sportivi. Catania è diventato un buon caso di studio sull'iniziativa della trasformazione urbana, quindi l'accesso tramite fondi europei alla trasformazione di luoghi in aree anche sportive. Si sta lavorando molto con Sport e Salute, io personalmente insieme a Lorenzo Marzoli e Enzo Falzone, per cercare di rendere queste aree poi vissute”. 

 

Ricorda un po’ abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani.

 

“Si deve da un lato creare uno spazio, dall'altro far sì che la gente culturalmente sia abituata a fruirne per non trasformarle in piccole e inutili mini cattedrali nel deserto, questa è la vera scommessa che, appunto, è culturale prima di essere strutturale”.

 

Tornando al principio, però, nonostante una tutti questi fattori positivi, rimane alto il dato di sedentarietà e si dice sempre: è perché mancano gli impianti.

 

Come impianti sportivi Catania non è messa male, ma in generale credo che sia un po' un alibi. Troviamo un alibi per giustificare che non facciamo sport e diamo la colpa agli impianti quando in realtà la sedentarietà si può combattere correndo al lungomare o andando a fare sport in spiaggia. In questo senso Catania regala spazi meravigliosi all’aperto”.

 

Vorrei tornare sulle vittorie e sugli scudetti che, lo abbiamo detto tante volte, arrivano da tanti sport, ma non dal calcio che, invece, sembra sempre fagocitare tutto. L’antidoto ancora non si è trovato?

 

“Catania, sì, è una città straordinaria dal punto di vista dei risultati sportivi. I presidenti che riescono a raggiungere certi traguardi meritano di essere considerati vere medaglie olimpiche. 

Li potremmo definire dei mecenati moderni, dirigenti che investono risorse personali senza avere ritorni economici e quasi mai con bilanci in pareggio. È giusto sottolinearlo. A Catania si spende tanto per il calcio, ma forse sarebbe il caso di trovare un sistema per sostenere anche le altre realtà sportive in maniera più equa”.

 

Io so che Lei, in questo senso, ha, da tempo, un sogno. Ce lo svela?

 

“Da anni sogno o più che altro ‘vaneggio’ un abbonamento unico che consenta ai cittadini di accedere a tutti gli sport e che una quota degli abbonamenti del calcio venga destinata a un fondo di supporto per le società sportive di vertice degli altri settori. Al di là di un sistema di redistribuzione più equo, va però riconosciuto che la trasformazione urbana di Catania è un esempio virtuoso e molto del merito va all’assessore allo sport Sergio Parisi, per come ha saputo utilizzare le risorse a disposizione. Non entro nel merito politico, ma l’acquisizione e l’impiego efficace dei fondi europei rappresentano, senza dubbio, una buona pratica a livello nazionale”.

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I DATI ISTAT. Secondo il nuovo rapporto Istat 2024 “La pratica sportiva in Italia”, lo sport nel nostro Paese è in espansione, ma convivono progressi e criticità. Gli sportivi sono oggi 21,5 milioni (37,5% della popolazione dai 3 anni in su): il 28,7% pratica sport con regolarità, l’8,7% in modo saltuario. Un netto miglioramento rispetto al 1995, quando si fermavano al 26,6%. Tuttavia, restano 18,8 milioni di sedentari, e altri 17 milioni si limitano ad attività fisica non sportiva. La partecipazione è più alta tra i giovani (75,6% tra 11-14 anni), ma aumenta anche tra gli over 65 (23,3%, contro il 5,3% del 1995) e tra gli over 75 (8,1%). Il divario tra uomini e donne si riduce: 43,4% di sportivi tra gli uomini, 31,8% tra le donne. Geograficamente, il Nord-est è l’area più attiva (43,9%), seguito da Nord-ovest e Centro. Il Sud resta indietro (27,9%). Nei centri metropolitani la pratica è più diffusa (42,7%) rispetto ai piccoli comuni (29,7%). Il 66,6% degli sportivi si allena tutto l’anno; il 37,1% lo fa almeno tre volte a settimana. Gli uomini risultano più costanti (40,3%) delle donne (32,8%).

 

Sul podio delle discipline: fitness, ginnastica e aerobica (33,1%), seguiti da calcio (20,3%), sport acquatici (18,7%) e corsa (18,3%). In calo il calcio, soprattutto tra i più giovani (dal 25,7% del 2000 al 20,3%). In crescita padel (2,9%), arti marziali e basket. Gli impianti al chiuso restano i più frequentati (59,5%), ma aumentano la pratica all’aperto (37,7%) e in casa (20,5%), trend rafforzati dalla pandemia. Cresce anche l’uso delle app per allenarsi: 18,7% degli sportivi, soprattutto tra adulti (29,1%) e donne (20,9%). Le motivazioni principali per praticare sport sono: benessere fisico (61,5%), passione (49,8%), svago (42,6%) e riduzione dello stress (27,5%). Gli ostacoli? Mancanza di tempo (35,1%), disinteresse, età, problemi di salute ed economici. Infine, preoccupa il fenomeno del dropout: 14,6 milioni di persone hanno smesso di fare sport, di cui 1,5 milioni tra i 10 e i 24 anni. Le ragazze abbandonano prima (14 anni) rispetto ai ragazzi (15 anni).

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Alessandro Fragalà

Sudsport è una testata del Gruppo SudPress

Registrazione Tribunale di Catania n. 18/2010 – PIVA 05704050870 - ROC 180/2021 Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

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